1968, il mondo in rivolta – Cina: La Rivoluzione Culturale (FOTO)

Negli anni ’60, il leader del Partito comunista cinese (PCC) Mao Zedong, temendo la direzione revisionista promossa da Deng Xiaoping e Liu Shaoqi, in un periodo in cui la sua posizione nel governo era ormai posta inevitabilmente in discussione dopo il fallimento del “Grande balzo in avanti” – politica economica da lui ideata che prevedeva il raddoppio annuale della produzione agricola e industriale – che aveva generato una crisi economica ed un terremoto interno al Partito, promosse quella che divenne nota come Rivoluzione Culturale (o “Grande rivoluzione culturale proletaria”).

Questa rivoluzione rappresentò il tentativo di Mao di riprendere il comando effettivo del Partito e dello Stato. Nel corso dell’11° plenum dell’VIII Comitato centrale (1-12 agosto 1966), con il pretesto di ripulire il partito dai “revisionisti controrivoluzionari”, Mao incitò le nuove generazioni cinesi a ribellarsi contro i “quattro vecchi” (vecchie correnti di pensiero, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchie tradizioni), perché minavano la trasformazione della Cina in Paese socialista e gettò, quindi, le città cinesi in subbuglio in uno sforzo monumentale per invertire i processi storici in corso.

Piazza Tienanmen, 15 settembre 1966: manifestazione per il presidente Mao

Nei mesi successivi, il movimento si intensificò rapidamente: gli studenti risposero numerosissimi al suo appello formando gruppi paramilitari – le Guardie Rosse – ed attaccando poi i membri della popolazione anziana e intellettuale cinese (politici e i rappresentanti al potere). Qualsiasi cosa avesse un legame con il “vecchio mondo” fu attaccata. Un culto della personalità sorse rapidamente attorno al presidente del PCC, simile a quello esistente per Josef Stalin. Scuole, professionisti e professori rientrarono nel mirino delle Guardie Rosse che, impugnando il Libretto rosso – un’antologia di citazioni tratte dagli scritti di Mao, con una prefazione firmata da Lin Biao, un generale dell’esercito che in quel momento era molto vicino a Mao –, denunciavano le attività di migliaia di individui che furono, non di rado, internati nei “campi di rieducazione”.

Le Guardie Rosse si divisero poi in fazioni rivali, ognuna delle quali sosteneva di essere l’unica e vera rappresentante del pensiero maoista.L’anarchia, il terrore e la paralisi che ne derivarono sconvolsero completamente l’economia urbana. La produzione industriale per il 1968 scese del 12% al di sotto di quella del 1966. I crescenti disordini incitarono i rivali di Mao a organizzare propri eserciti per proteggersi. Lo scoppio di una guerra civile fu evitato solo grazie allo sviluppo di Comitati rivoluzionari ed al ridimensionamento delle Guardie Rosse, costrette a rientrare negli istituti e nelle scuole.

A partire dal 1968, lo stesso Mao impose un arretramento al movimento da lui ideato. I costi umani non erano la principale motivazione del passo indietro richiesto dal leader comunista, che era invece preoccupato per le spaccature interne al Partito. Gli sforzi atti a porre fine al caos ricevettero poi un ulteriore impulso dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto 1968, che aumentò notevolmente il senso di insicurezza della Cina.

Francobolli della Rivoluzione culturale

Nell’autunno 1971 il maresciallo Lin Biao, erede designato di Mao, scomparve in un misterioso incidente ancora oggi avvolto nel mistero e, con questo episodio, la rivoluzione culturale ebbe fine. Si cercò di riportare la Cina verso la stabilità incoraggiando un rilancio del sistema educativo e riportando in carica un certo numero di persone che erano state precedentemente allontanate. Inoltre, il paese riaprì le sue frontiere, soprattutto commerciali, con il mondo esterno e l’economia ricominciò a crescere. Solo in seguito alla morte di Mao nel 1976 – evento che chiuse definitivamente il periodo della Rivoluzione culturale – la Cina intraprese un nuovo percorso con Deng Xiaoping che salì potere nel 1977, mantenendo il controllo sul governo cinese per i successivi 20 anni.

Nonostante gli eccessi e le violenze della Rivoluzione, la posizione ufficiale del PCC rimane quella che fu descritta da Deng Xiaoping in una intervista a Oriana Fallaci: «È vero, sfortunatamente verso il tramonto della sua vita, in particolare durante la Rivoluzione culturale, Mao commise degli errori – e non erano di poco conto – che arrecarono molte sventure al nostro partito, al nostro Stato e al nostro popolo … Nel valutare i suoi meriti e gli errori riteniamo che gli errori siano solo secondari. Ciò che egli ha fatto per il popolo cinese non potrà mai essere cancellato.»

Le stime del bilancio delle vittime variano notevolmente, da centinaia di migliaia a vari milioni, molti altri furono detenuti o subirono il sequestro di proprietà, la tortura o l’umiliazione generale. Gli effetti a lungo termine ebbero un profondo impatto sul paese per i decenni a venire.

Un ultima importante considerazione va fatta sulla propaganda politica di quegli anni, che fece largo uso di poster per diffondere lo spirito ed il furore della rivoluzione culturale, estendendolo così all’intero paese. Eccone alcuni:

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Francesco Albanese

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