Ci sono storie che una città non dimentica, soprattutto quelle fatte di promesse per un futuro migliore. Quella dell’ex parco di via Adinolfi di Eboli, oggi Piazza Luigi Pezzullo, è una di queste. Non solo per ciò che è stato costruito, ma soprattutto per ciò che è stato distrutto. Si dice che il tempo sia il miglior giudice per ogni cosa e a distanza di oltre 10 anni, il bilancio di quella trasformazione urbana resta ancora oggi aperto e, per la maggioranza dei cittadini, profondamente negativo.
IL PARCO – Prima del 2011, in quell’area esisteva uno dei pochi veri spazi pubblici di aggregazione della città. Non si trattava soltanto di un semplice giardino ma era un luogo vissuto quotidianamente dalla comunità perchè a ridosso di scuole, attività commerciali e alle spalle della piazza principale. Un punto perfetto per raccogliere diverse generazioni, un parco che nella sua semplicità offriva tutto a tutti:
- un’area verde,
- alberi e ombra,
- giostre per bambini,
- un campetto per le bocce,
- una scacchiera gigante,
- spazi di incontro per anziani, famiglie e ragazzi.
In una città da sempre povera di aree attrezzate, quel parco rappresentava un punto di riferimento reale per il quartiere e per il centro cittadino. Era “il parco simbolo e punto di riferimento per noi ebolitani”, come ci raccontarono alcuni cittadini in un’intervista realizzata nel 2014.

IL PROGETTO ‘PARCHEGGI E RESTYLING’ – Tra il 2010 e il 2011 l’area viene interessata concretamente dal progetto del parking interrato di via Fratelli Adinolfi, inserito da anni nel programma delle opere pubbliche. In realtà la storia dell’intervento parte ancora prima: già presente dal 2006 nel piano triennale delle opere pubbliche, mentre nel 2009 viene approvato il progetto definitivo ed esecutivo. L’obiettivo dichiarato era duplice: realizzare parcheggi sotterranei e restituire in superficie una nuova piazza urbana. Il progetto, finanziato in project financing per circa 2,94 milioni di euro, prevedeva la riqualificazione complessiva della zona. La promessa era quella classica delle grandi opere urbane: modernizzazione, rilancio commerciale e nuova centralità per il quartiere. Per fare spazio ai lavori, il parco viene completamente abbattuto.
IL COMITATO DEL “BUCO” – Da quel momento inizia la fase che i cittadini ricordano ancora oggi con un solo nome: il buco. I lavori si fermano quasi subito, infatti già il 19 ottobre 2011 il cantiere viene occupato dagli operai che protestano per il mancato pagamento delle spettanze, segnando il primo vero punto di rottura dell’intera operazione. Tra proteste, blocchi del cantiere, difficoltà economiche dell’impresa e fallimenti societari, l’area resta per anni una ferita aperta nel cuore della città. Il disagio non riguarda soltanto residenti e commercianti: anche la vicina scuola Vincenzo Giudice subisce criticità logistiche e di sicurezza, con problemi legati agli accessi e alle vie di uscita. Nel 2014 nasce come naturale conseguenza anche il Comitato Liberi dal Buco, come raccontato proprio da noi dell’Angolo di Phil. Il comitato nasceva per chiedere una sola cosa: la conclusione dei lavori e la restituzione dell’area alla cittadinanza. Nel nostro articolo del maggio 2014 scrivevamo già di “morte sociale e commerciale della zona”, una definizione che col senno di poi, purtroppo, suona quasi profetica.


DAL PARCO ALLA PIAZZA, COSA E’ CAMBIATO? – I lavori poi riprendono e negli anni l’area viene completata con la nuova Piazza Pezzullo ma, il punto centrale di questo Backflip, non è stabilire se l’opera sia stata terminata ma capire una sola cosa: la città ci ha davvero guadagnato?
Il vecchio parco era uno spazio funzionale dove famiglie, anziani e bambini lo vivevano ogni giorno. Era verde, accessibile, pensato per stare insieme, un luogo che ancora oggi viene ricordato con un sorriso nostalgico da tutte le generazioni che lo hanno vissuto. Non era perfetto, ma era vivo.
Oggi al suo posto troviamo una piazza quasi interamente cementificata, con il verde quasi inesistente. Le giostre presenti, in più occasioni, sono risultate danneggiate o inutilizzabili, tanto da richiedere interventi di ripristino anche recenti. D’estate le superfici diventano roventi e inutilizzabili, lo spazio, invece di diventare un nuovo centro di aggregazione, è stato spesso associato a episodi di degrado urbano, spaccio e abbandono. Nel 2018 fu lanciato il primo allarme di come i garage sotterranei incompleti venivano già descritti come sicuri luoghi di spaccio e ritrovo per tossicodipendenti. Negli anni successivi non sono mancati episodi di cronaca e interventi delle forze dell’ordine nella zona, dinamiche che, nella memoria collettiva, non appartenevano al vecchio parco. Oltre alla scarsa frequentazione familiare e un senso diffuso di insicurezza, a tutto questo si è aggiunto, nel corso degli anni, un evidente impoverimento del tessuto commerciale della zona. Le attività hanno progressivamente perso attrattività, molte hanno abbassato le serrande e il valore immobiliare dell’area ha subito un contraccolpo importante. Un destino opposto rispetto a quello che il progetto prometteva.
UNA CITTA’ PIU’ POVERA – A distanza di oltre dieci anni, il bilancio di questa trasformazione appare chiaro. Eboli ha perso uno dei pochi polmoni verdi e spazi pubblici realmente vissuti ma in cambio ha ottenuto: anni di cantiere e disagi, ritardi cronici, parcheggi sotterranei che hanno richiesto investimenti ingenti, una piazza che non ha mai pienamente assolto la funzione promessa. A conti fatti è chiaro che questa operazione abbia prodotto più vantaggi economici per pochi soggetti che benefici reali per la collettività. Il vecchio parco era uno spazio pubblico, vivo, riconoscibile e con una sua identità. La nuova piazza è diventata, nei fatti, il simbolo di come una riqualificazione possa impoverire il tessuto sociale di una città. Una ferita urbana e sociale che, a distanza di oltre 10 anni, non sembra essersi mai completamente rimarginata.

Quindi la domanda è: ha migliorato la qualità della vita della città? Per molti, la risposta è no. E forse è proprio qui che Backflip trova il suo senso: non ricordare con nostalgia, ma verificare se le promesse del passato hanno davvero prodotto il futuro che era stato venduto ai cittadini.
BILANCIO FINALE – Se volessimo dare un voto in una scala da 1 a 10, basandoci su che impatto ha avuto tutto ciò sulla società nel lungo periodo, chiudiamo con un bel 2/10. Questi due punti sono solo per essere riusciti, almeno, a finire dei lavori.
La trasformazione ha prodotto un’opera pubblica terminata, ma al prezzo della perdita di uno spazio comunitario che, nei fatti, non è stato sostituito con qualcosa di equivalente per funzione sociale. La lezione che lascia questa vicenda è semplice, ma vale per il futuro di tutta la città: una riqualificazione urbana non può essere valutata solo dal numero di metri quadrati costruiti o dai posti auto realizzati. Una città vive se conserva luoghi in cui le persone possano incontrarsi, crescere, far giocare i bambini e sentirsi parte di una comunità. Quando si sacrifica uno spazio verde e sociale per sostituirlo con solo cemento, il rischio è quello di creare un’opera nuova ma una città più povera.
“Per permettere alla ditta esecutrice dei lavori di garantirsi un margine di guadagno più alto e non costringere gli acquirenti dei box a ulteriori esborsi, è stato sacrificato il parco giochi per i bambini, un’area necessaria al centro di una città che oggi è degna dell’hinterland napoletano. Eboli, una città che disprezza i bambini e il suo futuro”, è uno dei commenti reperibili ancora in rete al tempo dell’inaugurazione della piazza.
Il vero progresso non è costruire di più ma costruire meglio e, soprattutto, costruire pensando a chi quei luoghi dovrà viverli ogni giorno. Le opere future dovrebbero partire da una domanda semplice: questo progetto migliora davvero la vita quotidiana dei cittadini?
E tu? Come ricordi quel parco?
