La passione dei precari lungo la strada della stabilizzazione: vita di un ricercatore italiano

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul…la precarietà. Scuole, università, enti di ricerca, pubblici uffici. Un’anica parola: graduatoria.

Oggi vi raccontiamo cosa vuole dire essere un ricercatore italiano, grazie alla testimonianza di Flavia Mercurio, di Battipaglia, ricercatrice precaria da 6 anni.

La campagna mediatica #siamoTuttiPrecari corre su Twitter da diverso tempo.

Nata dalla collaborazione di circa trenta ricercatori, nel coordinamento di Precari Uniti CNR, ha dato inizio alla protesta collettiva che unisce tutti i precari italiani in un’unica voce.

Cosa sta succedendo nello specifico?

I FATTI – LA LEGGE MADIA

L’articolo 20 del D.Lgs 25 maggio 2017 n° 75 dedicato al superamento del precariato nelle pubbliche amministrazioni, compresi gli enti di ricerca, ha lo scopo di assumere e sbloccare i contratti.

Precari Uniti CNR, per la stabilizzazione

Questa esigenza nasce dall’accertamento che gli enti pubblici contano il 40% di precari sul totale del personale impegato in essi.

Nei primi mesi del 2018, il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha assunto circa 1000 unità che possedevano un contratto a tempo determinato con l’ente, e altre 104 unità di personale  – ricercatori contrattualizzati con assegno di ricerca – vincitori di un concorso di reclutamento speciale per accertare quanti di loro avessero i requisiti adatti alla stabilizzazione della loro posizione (avere almeno 3 anni di anzianità all’interno dell’ente di ricerca entro la fine del 2017).

Questo è avvenuto grazie ai fondi ricevuti dal Presidente del Consiglio dei Ministri l’11 aprile 2018 – furono stanziati 40 milioni di euro a cui il CNR doveva aggiungere il 50% dalle sue casse, per un totale di 60 milioni – per procedere alle stabilizzazioni.

Suddividentoli in 25 aree strategiche (biologia, chimica, storia, beniculturali, informatica, ecc…), al termine del concorso sono state assunte 4 unità per ognuna, stilando rispettive graduatorie per il resto dei partecipanti risultati idonei in attesa di prossime assunzioni, possibili grazie all’ulterioriore finanziamento di 34,5 milioni di euro stanziati con il decreto di ripato del FOE (Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca) il 26 luglio 2018.

LA SITUAZIONE ATTUALE – LA PROTESTA

La storia di Flavia è la storia di tanti ricercatori italiani precari.

Dopo 3 anni di dottorato e 6 anni di contratto di assegno di ricerca (post-doc), e la partecipazione al concorso di reclutamento speciale, si ritrova a scadenza di contratto.

Si unisce alla protesta, insieme ad altri settecento (non solo ricercatori precari, ma anche altre figure tra politici, personaggi noti e persone comuni) perché il CNR non ha mantenuto le promesse e non ha rispettato i tempi di assunzione che avrebbero dovuto smaltire le graduatorie.

I 20 milioni di euro che avrebbe dovuto prelevare dalle sue casse – per legge doveva investire un importo pari al 50% sul totale dei 40 milioni di euro stanziati dalle Stato – per il co-investimento nelle stabilizzazioni, sono stati invece attinti dai 34,5 miloni di euro assegnati con il decreto del FOE.

Secondo l’amministrazione, resterebbero 14,5 milioni di euro sufficienti ad effettuare solo altre 208 assunzioni, in due tranche, nel corso del 2019. Ma non coprirebbero tutte le assunzioni definite per legge.

Le alternative non sono molte se non cercare opportunità all’estero, come molti ricercatori italiani già fanno da anni.

Come ci racconta Flavia, questi 9 anni sono da considerarsi formativi all’interno di un ente di ricerca. Lo Stato investe per ognuno di loro, nel corso dei 9 anni, dal dottorato, le borse di studio e la formazione, circa 200 mila euro. Forma ricercatori che, ad un certo punto, sono costretti a portare le loro competenze altrove.

Con la manifestazione tenutasi a Montecitorio lo scorso maggio, c’è stata un’interrogazione parlamentare al MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) di vigilare e vericare la difficoltà del CNR di apllicare le norme e, in caso di effettivo deficit finanziario dell’ente di ricerca, di provvedere a stanziare altri finanziamenti per portare a conclusione le procedure di stabilizzazione.

“Uno Paese civile punta sulla ricerca per aumetare le proprie entrate. La ricerca è un motore economico che muove molte cose, ma l’Italia sembra non volerlo fare”, conclude Flavia.

Quella di Flavia non è solo una delle tante storie della piaga dei precari. È un altro spaccato sulla passione dei giovani italiani.

Jessica Moscato

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