Ecco perché la questione kurda ci riguarda [4/4] – “Il bilancio nel Rojava”

Eccoci giunti alla fine di questa breve ma intensa rubrica dedicata all’esperienza del Rojava kurdo e all’applicazione del nuovo paradigma politico di Bookchin e di Abdullah Öcalan. Se non hai letto le parti precedenti, puoi recuperarle di seguito:

Questione kurda —> Parte I

Questione kurda —> Parte II

Questione kurda —> Parte III

Il Nord della Siria è una regione particolarmente fragile, è il capezzale dell’Umanità per i fatti che l’hanno coinvolta a partire dal 2011. Il Kurdistan rappresenta per molti l’incredibile eccezionalità di un territorio disperato. Dopo neanche dieci anni è difficilissimo tirare un bilancio concreto e reale.

Il paradigma di Öcalan è praticamente ancora nella sua fase embrionale, ovvero cerca ancora di scrostare i vari strati di conservazionismo (in tutte le sue forme) che caratterizzano quel luogo. L’impresa è ardua, ma sembra riuscirci facendolo nel più democratico dei modi, parlando e confrontandosi con i rappresentanti di queste visioni. Per quanto riguarda l’ecologia nella sua declinazione che tendiamo a individuare come metonimia, ovvero l’ambientalismo, troppo poco sembra essere stato fatto. Certo, la lotta contro l’oggettivazione della donna nasconde la lotta contro la schiavizzazione della Natura, ma in termini immediati gli effetti non si palesano ancora. Impossibile il contrario in un territorio in guerra con ISIS e Turchia, quando Assad e Putin non intervengono.

Tuttavia, il confederalismo democratico e l’ecologia sociale nel Rojava non possono essere sintetizzati in puro simbolismo. Semi di cambiamenti radicali sono stati piantati e questi stanno germogliando. Le donne sono veramente al centro della nuova visione che si sta diffondendo in ogni angolo del Kurdistan, la democrazia e la fratellanza tra i popoli sono per davvero una priorità e una realtà in quei posti, la tolleranza religiosa è tangibile e fa parte del paradigma politico.

Insomma, i semi di una rivoluzione culturale sono stati piantati (a milioni!) e questi sono di qualità perché nasceranno in un clima di democrazia e tolleranza (guerra permettendo). Per questo ci riserviamo un lasso di tempo più ampio per esprimerci con maggior precisione. Ad ogni modo, le premesse ci sono tutte e ciò che è stato fatto in questi anni è d’importanza assoluta e non può limitarsi alla sola sconfitta militare di Daesh e alla vittoria di Kobane.

Esperienze simili in luoghi diversi – L’autogestione, la democrazia diretta, la visione matricentrica della società, la visione suprematista dell’uomo sulla donna e dell’Uomo sulla Natura… non sono argomenti che hanno avuto un loro riscontro pratico esclusivamente nel Rojava e non sono stati i Kurdi i primi a adattarli alla propria società in tempi recentissimi.

L’abolizione dello Stato e delle sue derivazioni non è di certo una novità filosofica e politica da attribuire a Bookchin. Sorprenderà molti, ma il terreno di scontro tra Marx e Bakunin allo scadere del XX secolo non era sul mantenere o meno la struttura statale, ma nel come superarla. Anarchici e marxisti volevano quindi in origine la stessa cosa, il nocciolo della questione era nel come ottenerla.

La Spagna, forte dell’esperienza barcellonista del 1936, vanta oggi uno dei migliori esempi di autogestione del popolo. Si tratta del comune andaluso di Marinaleda, che dal 1979 è politicamente autonomo, nel senso che è la sua popolazione a gestire ogni aspetto della vita cittadina. Il risultato? Uno dei tassi di criminalità e di disoccupazione tra i più bassi in assoluto di Spagna, in una delle province, quella di Valencia, tra le più in difficoltà della penisola iberica (da sottolineare l’assenza di polizia).

Il Chiapas, uno stato messicano tra i più poveri in assoluto e tristemente noto per il narcotraffico, è un laboratorio politico eccezionale in questo senso. Si tratta della regione dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) il quale, sotto la guida del Subcomandante Marcos (ora subcomandante Galeano) difende da decenni gli interessi delle decine di migliaia di indigeni minacciati dalle politiche liberiste dello Stato.

Il Rojava non è quindi una novità in tempi recenti. Ciò che lo contraddistingue dalle altre esperienze simili è la struttura e riconoscibilità del proprio paradigma: la visione politica di Bookchin e di Öcalan è politicamente e filosoficamente identificabile, parte da assunti diversi da quelli di altre esperienze.

In secondo luogo, l’importanza che si dà in Occidente al Rojava, seppur celata da un’apparente ammirazione, è direttamente proporzionale alla minaccia che questo rappresenta. Il Nord della Siria è un territorio esasperato dalla guerra, ma è anche ricco di petrolio, cosa che non ha mai riguardato le altre esperienze. Nella globalizzazione odierna, il Rojava è a un tiro di schioppo e in termini utilitaristici è molto più conveniente parlare con uno Stato, quello siriano, seppur nemico, che con un movimento che minaccia di non esportare più petrolio e metterlo al servizio della popolazione locale.

Perché la questione kurda ci riguarda?

Eccoci quindi arrivati alla fatidica domanda finale. Le risposte potrebbero essere innumerevoli e graduate dalla visione di ognuno. Critiche sempre più forti contro il sistema di produzione attuale (queste critiche lo rafforzano?), le domande di equità di genere, una spinta verso nuove forme democratiche sembrano forze sempre più ineluttabili. Se per taluni il Kurdistan non può essere un esempio per le troppe differenze che distinguono le varie realtà, questo può essere almeno visto come avanguardia dell’attuazione di una nuova logica del fare e non solo di teorizzare.

Ad ogni modo, solo i posteri sapranno se questa visione non possa essere riprodotta nelle sue forme essenziali anche in Italia… ad ogni modo, perché no? Ci riserviamo ancora una volta la facoltà di rimandare la nostra valutazione.

Francesco Mirra

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